
Carissimi fratelli e sorelle,
quando la Chiesa stabilisce il calendario delle celebrazioni liturgiche, lo fa secondo una precisa motivazione pedagogica ed educativa. Le feste non sono collocate casualmente nell’arco dell’anno, ma ciascuna custodisce un significato che tende a educare il popolo di Dio a vivere i misteri di Cristo nel corso dei 365 giorni.
Perché la commemorazione dei fedeli defunti ricorre proprio il 2 novembre, subito dopo la solennità di Tutti i Santi? Come abbiamo ricordato nella celebrazione di ieri, la Chiesa è il popolo di Dio pellegrinante nel tempo, che vive una triplice dimensione: la Chiesa pellegrina, costituita da noi che siamo ancora sulla terra; la Chiesa trionfante, formata da coloro che già vivono nella visione beatifica di Dio, i santi, canonizzati e non, compresi quelli che Papa Francesco chiamava «i santi della porta accanto»; e infine la Chiesa purgante, costituita da coloro che stanno compiendo un cammino di purificazione in vista dell’incontro pieno con Dio, il Santo per eccellenza.
Dopo aver celebrato coloro che già vivono nella pienezza di Dio, la Chiesa ci invita a fare memoria e commemorazione dei fedeli defunti. Non si tratta di una semplice distinzione linguistica: per noi, nella lingua italiana, morti e defunti sono spesso sinonimi, ma nella prospettiva liturgica il significato assume una profondità particolare.
Il morto è colui che, dal punto di vista biologico, non è più presente tra noi. Il defunto, invece, richiama l’idea di una vita che ha compiuto il proprio cammino terreno e che ora prosegue in una dimensione diversa. Non si è estinto, non si è annientato e non è svanito nel nulla. La morte, per il credente, non è la cancellazione dell’esistenza, ma il passaggio verso un ulteriore compimento.
Lo ricorderemo anche durante la liturgia, nel prefazio: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata». I latini dicevano vita mutatur, non tollitur: la vita viene trasformata, non tolta. Con la morte, dunque, la nostra esistenza non viene improvvisamente annullata, ma cambia il modo di vivere la relazione con Dio. Quella relazione che durante la vita terrena era legata allo spazio, al tempo e al corpo continua, in una forma nuova, nel mistero dell’eternità.
Ecco perché la commemorazione di oggi non deve essere letta soltanto nella prospettiva della tristezza. Ho voluto che durante la celebrazione venisse utilizzato anche l’incenso proprio per sottolineare che questa non è la liturgia della tristezza, ma la liturgia della speranza. Talvolta continuiamo a portarci dietro alcuni retaggi del passato, secondo i quali, quando si parla dei defunti, tutto deve necessariamente assumere un tono mesto e doloroso. Ma la liturgia non ha come centro la morte: ha come centro Gesù Cristo, il Risorto.
La liturgia è per i vivi e per i defunti. È finalizzata alla salvezza di tutti, ma il suo oggetto e il suo fondamento rimangono il mistero pasquale di Cristo crocifisso e risorto. Certamente, dal punto di vista umano, ricordiamo i nostri cari e sentiamo il peso della loro assenza; ma siamo qui per trasformare ciò che umanamente viviamo attraverso la luce della speranza.
In questa prospettiva si inserisce la testimonianza di Giobbe, che la prima lettura ci consegna. Giobbe rappresenta una delle grandi domande della fede: perché il male colpisce anche chi è giusto? Perché la sofferenza, la malattia e la morte sembrano abbattersi anche su chi non ha fatto nulla per meritarle?
Nella mentalità del suo tempo, la sofferenza veniva spesso interpretata come una punizione divina: se una persona viveva una disgrazia, significava che aveva commesso qualche peccato. È la logica che sostengono anche i tre amici di Giobbe, convinti che le sue sciagure fossero necessariamente conseguenza di una colpa, sua o dei suoi genitori.
Giobbe, invece, si ribella a questo modo di pensare. È l’uomo che ha il coraggio di rivolgersi a Dio, di manifestargli apertamente la propria rabbia e di gridare il proprio dolore. Arriva persino a maledire il giorno della sua nascita, chiedendosi perché sia venuto al mondo per vivere tanta sofferenza.
Eppure, al termine del racconto, Dio non dà ragione ai teologi di turno, ai perbenisti e a coloro che pretendono di avere una spiegazione per ogni cosa. Dio dà ragione a Giobbe, all’uomo che ha avuto il coraggio di rivolgersi a Lui senza nascondere la propria sofferenza.
Giobbe comprende che la vita e le sue vicende custodiscono un mistero che l’uomo non può pretendere di spiegare fino in fondo. La sua fede approda a una certezza: «Io so che il mio Redentore è vivo». Nonostante tutto, Giobbe sa che Dio c’è, che non lo abbandona e che la morte non avrà l’ultima parola.
Questa è la grande speranza che attraversa anche la seconda lettura. Per noi cristiani, infatti, la speranza non consiste semplicemente nell’attendere che un giorno qualcosa si realizzi. Questa è la speranza umana. La speranza cristiana è la certezza che ciò in cui crediamo è già presente nella nostra vita.
Come ci ricorda san Paolo, l’amore di Dio è già stato riversato nei nostri cuori. Non dobbiamo aspettare di morire per scoprire che il Risorto ci abita: Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori, quando non avevamo fatto nulla per meritare la salvezza.
La salvezza, dunque, non è un nostro merito e non è il risultato delle nostre azioni. È un dono gratuito di Dio. Cristo è morto ed è risorto per noi mentre ancora eravamo immersi nella nostra fragilità e nel nostro peccato.
Siamo troppo spesso legati alla logica del merito: pensiamo che, se facciamo tanto, allora dobbiamo ricevere altrettanto. È la stessa logica che Giobbe contribuisce a scardinare. Dio, invece, ci ricorda che il suo amore precede ogni nostro merito. La vita nuova non comincia dopo la morte: comincia già adesso.
Attraverso il Battesimo e il dono dello Spirito Santo, noi partecipiamo già alla vita del Risorto. Possiamo vivere da risorti, nella consapevolezza che Dio è presente nella nostra esistenza e che la sua salvezza opera già oggi.
Anche il Vangelo di oggi si muove nella stessa direzione: chi crede nel Signore possiede già la vita eterna. Non dobbiamo continuare a rimandare questa realtà al momento successivo alla morte. È un rischio che noi cristiani corriamo spesso: siccome abbiamo paura della morte, preferiamo non pensarci, rimandando il confronto con essa a quando non potremo più evitarlo.
Il Signore, invece, ci invita ad affrontare la vita eterna adesso. Ecco perché veniamo in chiesa, ecco perché celebriamo l’Eucaristia: perché crediamo che il Corpo di Cristo che riceviamo sia già l’anticipo della vita eterna.
La fede non è una questione riservata ai preti, ai vescovi o al Papa. Siamo tutti sulla stessa barca. E chi crede è chiamato a guardare alla morte con uno sguardo diverso, senza lasciarsi dominare dalla paura. Non possiamo esorcizzare la morte fingendo che non esista o relegandola ai margini della nostra vita. Dobbiamo imparare ad affrontarla con fede e consapevolezza.
Per questo San Francesco d’Assisi la chiamava «sorella morte». Fare pace con l’idea della morte non significa desiderarla, ma riconoscerla come parte del nostro cammino verso Dio. Il pensiero dell’ultimo giorno deve aiutarci, già oggi, a vivere con maggiore consapevolezza, a riconciliarci con Dio e con gli altri e a comprendere quale sia la meta della nostra esistenza.
Ecco perché, quando celebriamo l’Eucaristia e riceviamo la Comunione, siamo chiamati a riconoscere il valore eterno di quel Corpo di Cristo che già adesso ci dona la vita immortale. Non possiamo partecipare alla celebrazione come a un semplice rito, senza interrogarci sul significato di ciò che riceviamo.
Questo non significa non avere dubbi o non attraversare momenti di difficoltà nella fede. Significa, piuttosto, poter dire al Signore: «Nonostante tutto, io so che quello che ricevo è l’anticipo della vita eterna». L’Eucaristia ci prepara alla vita che non finisce, ci rende partecipi già ora della Pasqua di Cristo e alimenta la nostra speranza.
La commemorazione dei fedeli defunti, dunque, non è soltanto il giorno del ricordo, ma è soprattutto un giorno che parla a noi e alla nostra vita. Ai defunti affidiamo la nostra preghiera e offriamo l’Eucaristia; per noi, invece, questa giornata diventa l’occasione per ricordare il cammino che ci attende, la meta verso cui siamo diretti e il destino che Dio ha preparato per ciascuno.
Non è la tristezza a dover prevalere, ma la speranza. Perché Cristo è risorto e questa è la festa che ci attende: quella della vita piena in Dio. I nostri cari defunti, nella fede, hanno già varcato la soglia che un giorno anche noi attraverseremo. Quando chiuderemo gli occhi a questo mondo, li riapriremo nell’eternità.
Buona commemorazione dei fedeli defunti, nella certezza che la morte non è la fine, perché Cristo è risorto e in Lui la vita continua.
Amen.
don Nicola Mobilio
Vostro Parroco
