Carissimi fratelli e sorelle,

in queste domeniche Gesù ci sta narrando diverse parabole che, a prima vista, possono sembrare scollegate l’una dall’altra. In realtà, esiste un unico filo conduttore che le lega: Gesù vuole mostrare ai capi di Israele, alle guide religiose e a tutti coloro che hanno responsabilità nei confronti del popolo di Dio che il loro modo di esercitare la responsabilità è ormai lontano dalla volontà del Signore.

Per comprendere la parabola di oggi è necessario riprendere brevemente il filo del discorso. Due domeniche fa abbiamo ascoltato la parabola del padrone che manda gli operai a lavorare nella sua vigna in diverse ore della giornata e che, alla fine, dà a tutti la stessa ricompensa. Dal punto di vista umano, questo comportamento può apparire ingiusto, perché noi ragioniamo secondo la logica del merito: chi lavora di più, chi rimane più a lungo, dovrebbe ricevere di più rispetto a chi arriva per ultimo.
È una logica che, purtroppo, può serpeggiare anche nelle nostre comunità. Gesù, invece, ci insegna che davanti a Dio non conta semplicemente la quantità o il tempo del servizio, ma ciò che siamo capaci di fare e, soprattutto, i frutti che lasciamo attraverso la nostra vita.

Domenica scorsa, poi, il Signore ci ricordava che non basta un «sì» pronunciato soltanto con le labbra. È più importante colui che inizialmente dice «no», ma poi si converte, cambia vita e compie la volontà del Padre.

Oggi, attraverso la parabola dei vignaioli omicidi, il Signore parla apertamente alle guide del popolo e annuncia che la vigna sarà tolta a coloro che non sono stati capaci di custodirla e di farla fruttificare, per essere affidata ad altri che sappiano portarne i frutti.
La vigna, però, rimane. Ciò che Dio ha costruito rimane. Ciò che appartiene al Signore non viene distrutto. A essere messi in discussione sono, piuttosto, coloro che hanno ricevuto la responsabilità della vigna e che hanno dimenticato di essere semplicemente custodi.

Non è un caso che il Vangelo di oggi prepari al racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Nei capitoli successivi, infatti, Matteo narrerà ciò che accadrà al Figlio, l’erede della vigna, che viene cacciato fuori e ucciso. Quell’erede è Gesù.
Il Signore ha ormai compreso che le guide di Israele vogliono eliminarlo, perché ha parlato apertamente e ha denunciato l’ipocrisia religiosa, invitando tutti a ritornare all’autenticità del Vangelo.

E questo atteggiamento, in fondo, continua a ripetersi anche nella nostra vita. Quando il Signore ci mette davanti a una verità che ci fa male, non sempre siamo disposti a cambiare noi stessi. Spesso preferiamo dire che è Dio a essere troppo esigente, che pretende troppo, che il Vangelo è difficile da vivere. In questo modo, invece di mettere in discussione noi stessi, mettiamo in discussione Dio.
È un sottile ragionamento: quando la Parola ci rimprovera, preferiamo eliminare quella Parola piuttosto che lasciarci trasformare da essa.

Pensiamo a cosa accade quando il Vangelo ci invita a fare un serio esame di coscienza. Quante volte, anziché cambiare vita, cerchiamo una giustificazione? Quante volte preferiamo pensare che Dio abbia torto e che siamo noi ad avere ragione?

Ecco allora il messaggio che vorrei consegnarvi oggi, soprattutto mentre iniziamo il nuovo anno catechistico.

Il primo invito: portare frutto

La prima immagine che ci offre la Parola di Dio è quella della vigna.
Perché, nei mesi di settembre e ottobre, possiamo raccogliere l’uva? Perché durante tutto l’anno il contadino si è preso cura della vigna. Non si può aspettare il momento della vendemmia per ricordarsi delle viti. Durante tutto l’anno bisogna lavorare, proteggere, curare.
Anche la prima lettura di Isaia e il Vangelo ci presentano Dio come colui che si prende cura della sua vigna: costruisce la siepe per proteggerla, prepara il torchio per il vino, innalza la torre per vigilare su di essa.

Dio è il contadino che si prende cura di noi, che siamo la sua vigna.
Il problema è che, come nella parabola e nella prima lettura, la vigna può non portare frutto.
Anche nella preghiera penitenziale di questa celebrazione abbiamo chiesto perdono al Signore proprio per questo: per tutte le volte in cui non portiamo frutti buoni.
E allora, cari fratelli e sorelle, il Vangelo di oggi ci ricorda una cosa fondamentale: il Signore non ci chiede semplicemente quantità, ma qualità.
Non gli interessa che io preghi ogni giorno, che partecipi a tutte le celebrazioni, che non perda una festa o una processione, se poi la mia vita non porta frutti.
Un giorno, quando ci troveremo davanti al Signore, non ci chiederà semplicemente quanto siamo stati religiosi. Ci chiederà: «Dove sono i tuoi frutti? Dove sono i tuoi grappoli d’amore?».
È lì che si gioca il nostro ultimo destino.

Troppo spesso rischiamo di pensare che la fede sia soltanto una questione di facciata, di pratiche, di cose da fare e da mettere insieme. Ma la fede è, prima di tutto, lasciarsi custodire da Dio.
Avete ascoltato la prima lettura e il Vangelo: è Dio che costruisce la siepe, è Dio che prepara il torchio, è Dio che innalza la torre. La vigna deve semplicemente portare frutto.
Noi, invece, spesso facciamo il contrario: pensiamo di essere noi a dover costruire tutto, a dover controllare tutto, a dover sistemare tutto.

Prima viene il primato di Dio. Poi viene il nostro agire.

Se non ci lasciamo plasmare e costruire da Dio, non potremo mai portare frutti autentici.

Il secondo invito: essere custodi, non padroni

Il secondo invito che vorrei rivolgere a tutti, adulti e bambini, è questo: non diventiamo padroni della vigna, ma rimaniamo custodi.

Perché spesso non portiamo frutto? Perché pensiamo di essere i padroni.

Pensiamo di essere padroni del pensiero degli altri, delle scelte degli altri, del modo di agire degli altri. Quante volte accade nelle nostre famiglie, nei nostri ambienti, nelle nostre comunità e persino nella Chiesa: pensiamo di dover avere sempre il monopolio sugli altri.
Ma la vigna non è nostra. La vigna è di Dio.

Il profeta Isaia canta: «Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna». La vigna appartiene al Signore.
Il nostro problema è che siamo talmente presi dal conquistare e dal possedere che finiamo per pensare che tutto ciò che si trova nella vigna sia nostro.
Pensiamo, per esempio, a quando offriamo qualcosa alla Chiesa: una pianta, una tovaglia, una casula, una statua. A volte rischiamo di pensare: «L’ho offerta io, quindi deve stare dove dico io».
Ma se l’abbiamo donata, non è più nostra.
Eppure può accadere che, se quella pianta viene spostata, pensiamo: «Come si sono permessi di toglierla?». Oppure: «Quella statua l’ho offerta io, quindi la gestisco io».
Questa non è umiltà. È il rischio dell’ipocrisia.

Perché, in realtà, non lo facciamo sempre per la Chiesa: rischiamo di farlo per metterci in mostra, perché chi vede la pianta deve vedere noi; chi vede la tovaglia deve vedere noi; chi vede la statua deve vedere noi.
Il problema della parabola è proprio questo: quando smettiamo di essere custodi e diventiamo, anche sottilmente, padroni della vigna.

Il nostro «tratto»

 

Oggi, inoltre, iniziamo ufficialmente il nuovo anno catechistico. E quest’anno accompagneremo i nostri bambini anche attraverso il linguaggio del fumetto.
Nel fumetto, il tratto dice molto della persona che lo realizza. Quando disegniamo, lasciamo sul foglio qualcosa di noi stessi. Il tratto diventa, in qualche modo, espressione della nostra personalità.

Ma, dal punto di vista spirituale, qual è il nostro vero tratto?

Il nostro vero tratto è quello che lasciamo nella vita attraverso i frutti che portiamo.
Da oggi in poi, in tutto ciò che farete al catechismo, in parrocchia, in famiglia, a scuola e nelle relazioni con gli altri, metterete una parte di ciò che siete.

Ma il tratto più bello sarà quello capace di lasciare frutti buoni.

Per questo, bambini e adulti, non dimentichiamo mai che la nostra vita è come un foglio sul quale, giorno dopo giorno, lasciamo un segno.
Quel segno non è un semplice schizzo: è ciò che rimarrà di noi nella vita degli altri.
E il nostro tratto più bello sarà fatto di amore, di perdono, di servizio, di attenzione, di carità, di fede autentica.
Saranno questi i frutti che un giorno il Signore ci chiederà, quando lo vedremo faccia a faccia.

Allora, carissimi, buon cammino catechistico e buon cammino a tutta la comunità.

Oggi iniziamo ufficialmente il nuovo anno pastorale. Impariamo a essere custodi e non padroni, lasciandoci custodire da Dio e portando nella nostra vita frutti buoni, frutti di amore e di vita eterna.

Perché, quando un giorno ci presenteremo davanti al Signore, non possiamo arrivare con acini acerbi. Gli acini acerbi non fanno buon vino.

E il vino bello è quello che rallegra il cuore dell’uomo.

Amen.

don Nicola Mobilio

Vostro Parroco

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