Carissimi fratelli e sorelle,
la parabola di oggi conclude il percorso che abbiamo compiuto nelle ultime domeniche, sintetizzando gli insegnamenti che Gesù ci ha consegnato attraverso le parabole del Regno. Vorrei riprendere brevemente il filo del discorso per comprendere meglio il messaggio di questa domenica.
Nelle settimane precedenti, Gesù ci ha presentato il Regno di Dio come un re, un padre, che invita tutti a partecipare alla sua mensa, al suo banchetto. La Chiesa non è altro che la convocazione dei figli di Dio. Se oggi siamo qui, è perché qualcuno ci ha chiamati e ci ha convocati. Non a caso, in greco, la Chiesa si chiama ekklesía, un termine che richiama proprio l’assemblea dei convocati.
È Dio che ci chiama e ci dice: «Oggi voglio fare festa con te». Ed è bello pensare che Gesù non ci inviti a partecipare a un lutto o a un lamento, ma a una festa.
Il Signore ci chiama perché desidera gioire con noi. Il suo cuore è in festa quando anche noi impariamo a fare festa con Lui.
Nelle domeniche precedenti abbiamo compreso che l’invito è rivolto a tutti, ma che non basta essere chiamati: occorre anche portare frutti di bene. Il cristiano è chiamato ad accogliere l’invito di Dio e a tradurlo in una vita capace di produrre frutti di amore e di carità.
Oggi, con la parabola conclusiva, Gesù ci rivela un altro aspetto sorprendente: Dio non soltanto ci invita al banchetto, ma prepara Lui stesso la mensa per noi. Mentre noi siamo chiamati ad accogliere il suo invito e a portare frutto, il Signore si prende cura di noi e prepara ciò che ci sazierà per l’eternità.
Il banchetto che Dio prepara è un’immagine della comunione con Lui. L’Eucaristia che celebriamo ogni domenica è l’anticipazione di quel banchetto eterno al quale il Signore ci chiama. Ogni celebrazione eucaristica ci permette di pregustare la gioia della comunione piena con Dio.
Un invito rivolto a tutti
Il Vangelo di oggi ci parla di un banchetto di nozze. Quando riceviamo l’invito a un matrimonio, sappiamo che qualcuno desidera condividere con noi un momento di gioia. Un tempo, in molti contesti, le nozze erano vissute anche come una festa della comunità: chi partecipava alla celebrazione poteva essere coinvolto nei festeggiamenti e nel banchetto. Oggi, invece, gli inviti sono generalmente rivolti alle persone e alle famiglie in maniera più personale.
Gesù ci racconta che anche Dio, inizialmente, ha rivolto il suo invito a coloro che appartenevano al suo popolo. Ma molti hanno rifiutato di partecipare. Allora il padrone manda i suoi servi per le strade e invita tutti coloro che incontrano, senza fare distinzioni.
Ecco il cuore del messaggio: Dio vuole che tutti partecipino al suo banchetto. Non fa preferenze, non esclude nessuno, non stabilisce che qualcuno sia degno del suo amore e qualcun altro no. Il suo invito raggiunge ogni persona.
Nel Vangelo, infatti, emerge una domanda che manifesta tutta la premura del Signore: dove sono gli invitati? Perché non tutti hanno accolto la chiamata? Dio desidera che ciascuno prenda parte alla sua festa, ma non tutti sono disposti ad accettare ciò che questo comporta.
C’è, infatti, un particolare che non possiamo trascurare: tra gli invitati viene trovato un uomo che non indossa l’abito nuziale.
Per comprendere questo dettaglio, dobbiamo ricordare il significato che l’abito assume nella parabola. Non si tratta semplicemente di un vestito elegante, ma di un segno che rimanda alla disponibilità ad accogliere pienamente l’invito ricevuto. L’uomo è entrato al banchetto, ma non ha accettato fino in fondo ciò che gli veniva richiesto.
Noi potremmo pensare che sia sufficiente essere presenti, aver ricevuto l’invito ed essere entrati nella sala. Gesù, invece, ci ricorda che non basta essere chiamati: occorre anche rispondere alla chiamata con la propria vita.
L’abito nuziale: le opere di bene e di carità
Che cosa rappresenta, allora, l’abito nuziale per noi cristiani? Non dobbiamo intenderlo soltanto come un riferimento all’abito bianco del Battesimo. Nel significato spirituale della parabola, l’abito richiama anche le opere che siamo chiamati a compiere, la vita nuova che siamo invitati a vivere e la carità che deve caratterizzare le nostre relazioni.
La gratuità di Dio ci apre le porte del banchetto, ma noi siamo chiamati a rispondere al suo amore attraverso le opere di bene e di carità.
Non è automatico che, per il semplice fatto di essere presenti in chiesa, di partecipare alle celebrazioni o di appartenere alla comunità cristiana, abbiamo già accolto pienamente il progetto di Dio. La fede deve diventare vita concreta, trasformarsi in gesti di amore, di perdono, di servizio e di attenzione verso gli altri.
Quando Gesù afferma: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti», non vuole dirci che Dio desideri escludere qualcuno. Al contrario, l’invito è universale. L’espressione ci richiama, piuttosto, alla responsabilità della nostra risposta: tutti siamo chiamati, ma non possiamo accontentarci di aver ricevuto l’invito. Siamo chiamati a compiere un passo ulteriore, accogliendo la grazia di Dio e lasciandoci trasformare da essa.
Il Signore prepara il banchetto e ci offre gratuitamente il suo amore; a noi spetta accoglierlo e testimoniarlo attraverso una vita che porti frutti autentici. Essere invitati è un dono; vivere da figli di Dio è la risposta a questo dono.
Dio ci chiama per nome
Oggi, durante la celebrazione, abbiamo visto i nomi scritti dai nostri bambini. Perché scrivere il proprio nome? Perché Dio, quando ci invita, non ci chiama in maniera anonima: Dio ci chiama per nome, perché ciascuno di noi è importante ai suoi occhi.
Non siamo una folla indistinta, né semplicemente membri di una famiglia o di una comunità. Ognuno di noi è conosciuto e amato personalmente dal Signore. La sua chiamata raggiunge la nostra storia, la nostra vita, le nostre fragilità e le nostre speranze.
Tutti siamo invitati a prendere parte al banchetto del Regno, dai più piccoli agli adulti.
Carissimi fratelli e sorelle, accogliamo l’invito del Signore. Non accontentiamoci di essere stati chiamati: indossiamo l’abito nuziale attraverso le nostre opere, la nostra carità e la nostra disponibilità a vivere secondo il Vangelo. Il Signore ci vuole tutti alla sua mensa, ma desidera che la nostra partecipazione alla sua festa trasformi davvero la nostra vita.
Accogliamo, dunque, il suo invito e impariamo a vivere da figli di Dio, perché la nostra fede non rimanga soltanto una presenza esteriore, ma diventi testimonianza concreta di amore.
Amen.
don Nicola Mobilio
Vostro Parroco
